Mani al collo e sesso: come la violenza è diventata normale a letto

C’è un gesto che, nel giro di pochi anni, è passato dai margini al centro dell’immaginario erotico: le mani al collo durante il sesso. Non è più un tabù, non è più un’eccezione. Secondo un recente sondaggio francese Ifop, tra le donne under 35 il 37 per cento è già stato strangolato o imbavagliato da un partner, il 61 per cento schiaffeggiato, graffiato, morso o preso per i capelli.

La domanda che voglio farti non è moralistica, è concreta: quando la violenza durante il sesso diventa la grammatica di base dell’intimità, dove finisce il piacere? Parlarne non significa giudicare i desideri di nessuno, ma chiederci se stiamo davvero scegliendo ciò che ci fa stare bene, o se stiamo solo recitando un copione che qualcun altro ha scritto per noi.

Quando le mani al collo diventano la norma

Foto in bianco e nero di una persona che tiene una corda, immagine sul tema del sesso, del bdsm consapevole e del consenso
Foto: Alexander Krivitskiy / Unsplash.

I dati del sondaggio Ifop, realizzato per Joyclub su un campione rappresentativo, raccontano un cambiamento profondo. Man mano che si sale con l’età le pratiche estreme diventano rare: oltre i sessantacinque anni quasi nessuno le ha sperimentate. Tra i più giovani, invece, gli schiaffi durante il rapporto e le mani al collo sono diventati quasi un passaggio scontato. E anche se il fenomeno tocca entrambi i generi, sono le donne le destinatarie principali di colpi, costrizioni e strangolamenti.

Nello stesso periodo, un altro numero dovrebbe farci riflettere ancora di più: la quota di donne che si annoiano durante i rapporti è cresciuta in modo netto rispetto a trent’anni fa, e il divario dell’orgasmo resta enorme. Mentre il sesso violento si diffonde, il piacere femminile arretra. Non è una coincidenza: abbiamo confuso l’intensità con la qualità, come se far male fosse automaticamente sinonimo di far godere.

Sì, è violenza. E allo stesso tempo è diventato normale

Voglio essere chiara, perché le mezze parole qui non aiutano nessuno: stringere le mani al collo di una persona, colpirla o immobilizzarla senza una cornice condivisa è violenza, e il fatto che accada a letto non lo cambia. Il consenso conta, la comunicazione conta, il rispetto del corpo dell’altro conta sempre. Detto questo, sarebbe ipocrita fingere che chi desidera o subisce queste dinamiche sia una minoranza deviata. È più che normale, statisticamente parlando: riguarda la maggioranza dei giovani, persone comuni, spesso colte e consapevoli in ogni altro ambito della loro vita.

Tenere insieme queste due verità è scomodo ma necessario. Da un lato non possiamo derubricare la violenza durante il sesso a semplice questione privata quando coinvolge i tre quarti di una popolazione già più esposta agli abusi. Dall’altro non serve a niente colpevolizzare chi prova certe pulsioni, perché la vergogna non ha mai reso nessuno più libero. Il punto non è condannare le persone, ma interrogare la cultura che ha reso desiderabile la sopraffazione e naturale il dolore.

Consenso e sicurezza: cosa nessuno dice sulle mani al collo

Qui serve la massima onestà, perché è il punto più delicato di tutti. Ognuno ha il diritto di esplorare le proprie sensazioni, di giocare con i ruoli, di provare piacere anche attraverso pratiche intense: nessuno deve sentirsi in colpa per i propri desideri. Esiste però una differenza enorme tra una pratica negoziata e strutturata e un gesto improvvisato che imita quello che si è visto altrove. Il mondo del bdsm consapevole si fonda su codici precisi: consenso esplicito, parole di sicurezza, competenze, cura reciproca al termine dell’incontro. Senza quella cornice non è trasgressione, è solo rischio.

E su un punto la scienza non lascia margini: sulle mani al collo durante il sesso non esiste un modo davvero “sicuro” di procedere. Le ricerche internazionali documentano rischi concreti, dal dolore cervicale ai mal di testa cronici, fino a effetti neurologici che con la ripetizione possono diventare seri, e in casi rari fatali. Dirlo non è moralismo, è informazione che protegge. Il consenso è indispensabile, ma da solo non trasforma un gesto pericoloso in un gesto innocuo: sapere quali sono i limiti reali del corpo è parte integrante di una sessualità adulta.

Il porno e i ragazzi: insegniamo la differenza tra fantasia e realtà

Molti adulti reagiscono alla pornografia con un istinto solo: vietarla, nasconderla, censurarla per i minori. Eppure la censura non funziona, anzi rende ancora più desiderabili proprio i contenuti più estremi, che nel porno sono già abbondantemente maggioritari, semplicemente perché il dolore è più facile da mostrare del piacere. I ragazzi guardano il porno, lo hanno sempre fatto e continueranno a farlo, e fingere il contrario è un modo comodo per non affrontare il problema. La vera domanda non è “come glielo impediamo”, ma cosa gli stiamo insegnando a farne.

Ed è qui che lancio la mia provocazione: la differenza tra fantasia e realtà andrebbe insegnata, esattamente come si insegna l’educazione stradale o l’uso critico dei social. Un adolescente sa che un film d’azione non è un manuale di guida, ma quasi nessuno gli spiega che una scena di sesso violento non è un tutorial da replicare sul corpo di un’altra persona. Il porno è finzione, con attori, tagli, ruoli concordati e spesso una sicurezza dietro le quinte che lo spettatore non vede. Educare al piacere significa proprio questo: dare gli strumenti per distinguere ciò che eccita l’immaginazione da ciò che, nella vita reale, richiede consenso, competenza e cura. Togliere questa educazione non protegge i giovani, li abbandona.

Reinventare una grammatica del piacere

Passiamo a ciò che possiamo fare davvero, perché la critica senza proposta resta sterile. La sfida più affascinante è anche la più impegnativa, e lo ripeto spesso a chi seguo: è molto più facile far male a qualcuno che portarlo davvero all’orgasmo. Chi vuole sentirsi competente e creativo a letto ha davanti il territorio più ricco e meno esplorato, quello del piacere costruito con attenzione, ascolto e tecnica. Non c’è niente di banale nella tenerezza fatta bene: è forse la cosa più difficile e più erotica che esista.

In pratica significa allenare la comunicazione prima ancora dei gesti. Chiedere cosa piace davvero all’altro, raccontare i propri desideri senza vergogna, rallentare invece di rincorrere l’intensità a ogni costo, dare spazio alla cura anche dopo. E riguarda tutti noi, non solo le coppie: chi crea storie, immagini e fantasie ha il compito entusiasmante di immaginare un erotismo insieme rispettoso ed eccitante, due parole che sembrano contraddirsi solo a chi ha poca immaginazione. Una grammatica del piacere si può inventare, e il momento migliore per iniziare è adesso, nel modo in cui scegliamo di toccarci, di parlarci e di amarci.

Fonti

Maïa Mazaurette, Una rinascita erotica senza violenza, Internazionale / Le Monde, 2026.
Ifop per Joyclub, Radioscopie des pratiques sexuelles des Français(es), 2026.
D. Herbenick et al., ricerche su choking/strangulation durante il sesso, PMC / National Institutes of Health.

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