In pochi giorni oltre centosessantamila persone hanno firmato per abrogare una legge appena entrata in vigore. Succede in pieno agosto, quando di solito l’attenzione pubblica dorme, e riguarda un tema che tocca ogni famiglia italiana: l’educazione sessuale a scuola.
La legge 104 del 2026, in vigore dal 7 luglio, introduce il consenso informato preventivo dei genitori per le attività scolastiche che riguardano la sessualità. Contro di essa è partita una raccolta firme che ha superato in dieci giorni un terzo delle cinquecentomila sottoscrizioni necessarie.
Dietro i numeri c’è però una domanda che merita una risposta seria, senza slogan da nessuna delle due parti: chi deve accompagnare ragazze e ragazzi nella scoperta di sessualità, affettività e consenso?
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Cosa prevede davvero la legge 104
Prima di schierarsi conviene leggere il testo, perché il dibattito pubblico l’ha semplificato parecchio. La norma, intitolata “Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico”, stabilisce che per le attività riguardanti “temi attinenti all’ambito della sessualità” serva il consenso preventivo dei genitori degli studenti minorenni, con la possibilità di visionare in anticipo i materiali utilizzati.
Nel dettaglio, per alcune attività extracurricolari il consenso deve essere scritto e richiesto almeno sette giorni prima, indicando contenuti, finalità, modalità ed eventuali esperti esterni coinvolti. Gli studenti per cui il consenso non viene concesso non partecipano, e in certi casi la scuola deve predisporre un percorso alternativo. Per l’infanzia e la primaria la legge esclude del tutto le attività didattiche sui temi legati alla sessualità, fatte salve le Indicazioni nazionali. Il ministro Giuseppe Valditara ha precisato che gli aspetti biologici continuano comunque a essere trattati nelle materie scientifiche.
Il governo difende il provvedimento come tutela del ruolo educativo delle famiglie, ed è una posizione che merita di essere compresa prima di essere contestata: molti genitori vogliono sapere cosa viene detto ai propri figli, e non è una pretesa irragionevole.
Il referendum: cosa chiede e cosa non farebbe

La raccolta firme è promossa dal Comitato “Sì educazione affettiva nelle scuole”, tra i cui portavoce figurano Fabrizio Marrazzo e Marina Zela, ed è partita il 6 agosto sulla piattaforma online del Ministero della Giustizia. Il quesito chiede l’abrogazione integrale della legge 104. Servono cinquecentomila sottoscrizioni, poi arriveranno i controlli della Cassazione e il giudizio di ammissibilità della Corte costituzionale: la strada, insomma, è ancora lunga.
Qui va chiarito un equivoco che circola parecchio, perché in molti credono che il referendum introdurrebbe l’educazione sessuale obbligatoria. Non è così. Un’eventuale abrogazione non creerebbe alcuna materia nazionale chiamata “educazione affettiva e sessuale”: eliminerebbe semplicemente la disciplina speciale introdotta nel 2026, restituendo alle scuole la possibilità di organizzare queste attività nel quadro dell’autonomia scolastica e del Piano triennale dell’offerta formativa.
Secondo i promotori, il meccanismo del consenso preventivo rischia di frammentare le classi, dividendo chi partecipa da chi resta fuori, e di rendere impossibili percorsi continuativi nel tempo. Vale la pena notare anche una differenza di linguaggio non casuale: la legge parla di “temi attinenti all’ambito della sessualità”, il referendum di “educazione affettiva e sessuale”, formula che include relazioni, emozioni e rispetto. Due espressioni diverse, due visioni diverse di cosa la scuola debba poter affrontare.
I dati sugli adolescenti che nessuno può ignorare
Il confronto rischia di restare astratto se non si guarda a come vivono davvero i ragazzi. I dati della sorveglianza HBSC Italia, coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, raccontano che nel 2022 aveva già avuto un rapporto sessuale completo il 21,6 per cento dei quindicenni e il 18,4 per cento delle quindicenni. A diciassette anni la quota saliva oltre il 42 per cento per entrambi i sessi. Prima della maggiore età, dunque, una parte consistente degli adolescenti ha già iniziato la propria vita sessuale.
Ancora più significativo è il dato sulla prevenzione. Tra chi aveva già avuto rapporti, il preservativo nell’ultimo rapporto era stato usato da circa due quindicenni su tre e da poco più di sei diciassettenni su dieci. Resta quindi una quota ampia di ragazzi che non si protegge, proprio mentre le infezioni sessualmente trasmissibili crescono. Anche l’OMS Europa ha segnalato negli ultimi anni un calo dell’uso del preservativo tra i quindicenni sessualmente attivi. C’è poi un aspetto che come professionista mi preoccupa quanto i numeri: quando le risposte non arrivano dagli adulti, arrivano comunque da altrove. Amici, social, motori di ricerca, pornografia. La domanda non è se i ragazzi incontreranno la sessualità prima dei diciotto anni, perché per molti accade già: il punto è con quali strumenti impareranno a interpretare ciò che vivono.
Cosa significa educazione sessuale a sei anni
Una delle obiezioni più diffuse riguarda l’età, e nasce da un fraintendimento comprensibile: parlare di sessualità nella scuola primaria evoca l’idea di anticipare contenuti da adolescenti. L’approccio indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità, però, è completamente diverso. La cosiddetta educazione sessuale integrale viene definita come un percorso progressivo e adeguato allo sviluppo, in cui contenuti, linguaggio e obiettivi cambiano con l’età.
Per un bambino di sei anni non significa affrontare contraccezione o rapporti sessuali, sarebbe assurdo. Significa imparare a conoscere il proprio corpo e a chiamarlo con i nomi giusti, riconoscere e comunicare le emozioni, capire cosa sono la privacy e il confine personale, rispettare quello degli altri e sapere che si può chiedere aiuto quando un contatto provoca disagio. Detto altrimenti: strumenti che proteggono dagli abusi, non che anticipano la sessualità. Con la crescita il percorso si amplia alla pubertà, alle relazioni affettive, al consenso, agli stereotipi, alla sicurezza digitale e alla condivisione di immagini intime. Solo in adolescenza entrano contraccezione, gravidanza e infezioni. È la progressività a fare la differenza, e capirlo cambia radicalmente i termini del dibattito.
Parlarne a scuola anticipa i rapporti? Cosa dicono le evidenze
Il secondo timore ricorrente è che affrontare la sessualità a scuola incoraggi i ragazzi a fare prima esperienze che le famiglie preferirebbero rimandare. Si tratta di una preoccupazione legittima, e per fortuna su questo esistono dati e non solo opinioni. Le evidenze raccolte dall’OMS non confermano questa associazione: i programmi completi e adeguati all’età non risultano collegati a un aumento dell’attività sessuale né a un suo inizio più precoce.
Anzi, in diversi contesti sono associati a una maggiore conoscenza dei rischi, a un uso più consapevole della contraccezione e talvolta a un avvio più tardivo della vita sessuale. Esiste poi una dimensione che va oltre la salute: l’educazione affettiva insegna a riconoscere una relazione sana, a comprendere il consenso, a individuare comportamenti manipolatori o violenti. In un Paese che conta ancora troppi casi di violenza di genere, questa non è una materia accessoria. Attenzione però a un punto che condivido pienamente: la qualità conta enormemente. Qualche incontro occasionale non equivale a un percorso strutturato. Servono docenti ed esperti preparati, continuità nel tempo, materiali adeguati e uno spazio in cui i ragazzi possano davvero fare domande senza vergogna.
Famiglia e scuola non sono avversarie

Il dibattito viene raccontato come una partita tra due squadre, famiglia contro scuola, ma la realtà è meno semplice e più interessante. La famiglia resta il primo luogo educativo, e nessun programma scolastico dovrebbe sostituirla. Non tutti i ragazzi, però, hanno la stessa possibilità di parlare in casa di contraccezione, orientamento sessuale, consenso o immagini intime diffuse in chat. La scuola possiede una caratteristica preziosa che nessun altro luogo garantisce: raggiunge quasi tutti, indipendentemente da famiglia, reddito o territorio.
Le ricerche internazionali insistono proprio sul coinvolgimento dei genitori, non sulla loro esclusione: l’obiettivo è affiancare al dialogo domestico una base comune di informazioni corrette, accessibile anche a chi in casa non trova ascolto. L’Italia, va ricordato, arriva a questo referendum senza un insegnamento nazionale obbligatorio, e un’analisi commissionata dal Parlamento europeo nel 2022 la collocava tra i Paesi UE privi di programmi strutturati a livello nazionale. Qualunque sia l’esito della raccolta firme, la questione di fondo resterà aperta anche dopo. Perché l’alternativa alla scuola non è il silenzio protettivo che qualcuno immagina: è lo smartphone, con tutto quello che ci passa dentro. E su questo, credo, genitori e insegnanti possano trovarsi molto più d’accordo di quanto il dibattito politico lasci pensare.
Dove e come firmare per il referendum
Chi desidera sostenere la raccolta può farlo interamente online, in pochi minuti e senza muoversi da casa. Le firme si depositano sulla piattaforma ufficiale del Ministero della Giustizia dedicata ai referendum, dove il quesito sulla legge 104 ha una scheda propria. Per accedere servono SPID o carta d’identità elettronica e occorre essere cittadini italiani maggiorenni iscritti alle liste elettorali. La procedura è gratuita e la firma viene registrata immediatamente.
Vale la pena ricordare che firmare non equivale a votare sì all’abrogazione: significa soltanto chiedere che gli italiani possano esprimersi con un voto. Le sottoscrizioni necessarie sono cinquecentomila e il comitato promotore punta a raggiungerle entro la fine di settembre, prima dei controlli della Cassazione e del giudizio di ammissibilità della Corte costituzionale. Chi invece sostiene l’impianto della legge può semplicemente non firmare, oppure partecipare al dibattito pubblico con le proprie ragioni. In entrambi i casi vale la stessa cosa: su un tema che riguarda la crescita e la sicurezza dei nostri figli, l’informazione viene prima della scelta. Qualunque posizione si abbia, prendersi il tempo di capire davvero cosa dice la legge è già un buon punto di partenza.
Fonti
- Andrea Carlino, Educazione sessuo-affettiva a scuola, referendum contro la legge Valditara, Orizzonte Scuola, 2026.
- Demografica – Adnkronos, Educazione affettiva nelle scuole, consenso e relazioni entrano nel referendum, 2026.
- Istituto Superiore di Sanità, sorveglianza HBSC Italia.
- Organizzazione Mondiale della Sanità, Comprehensive Sexuality Education.

