Quando a morire sono le sex worker: il silenzio che fa più rumore della cronaca

Due donne uccise in 24 ore dallo stesso uomo. Due vite archiviate troppo in fretta dentro una formula che spesso diventa una gabbia: “erano sex worker”.

E allora la notizia rischia di trasformarsi in qualcosa di tossico e sottinteso. Come se quel lavoro rendesse la violenza più “spiegabile”. Più lontana. Quasi inevitabile.

Ma non c’è niente di inevitabile in un femminicidio.

E soprattutto non esistono vite di serie B.

Il problema non è il sex work. Il problema è la disumanizzazione

Strada urbana notturna con luci sfocate e atmosfera malinconica

Negli anni, anche grazie alla mia collaborazione con Simple Media e al lavoro editoriale legato al mondo del sex work e della sessualità, ho avuto modo di ascoltare storie molto diverse tra loro.

Donne autonome. Donne fragili. Donne lucidissime. Donne costrette dalle difficoltà economiche. Donne che vivono il proprio lavoro senza vergogna e altre che convivono con paura, stigma e isolamento.

La realtà è che il sex work non è un blocco unico color neon come viene raccontato online. È un universo pieno di sfumature, contraddizioni, vulnerabilità e persone reali.

Ed è proprio qui che nasce il problema culturale.

Quando una sex worker subisce violenza, troppo spesso il dibattito scivola rapidamente verso:

“Eh ma se fai quel lavoro…”

Come se il rischio cancellasse il diritto alla protezione.

Come se l’empatia avesse bisogno di una professione “accettabile” per attivarsi.

Il cliente violento non nasce dal nulla

C’è anche un altro punto scomodo da affrontare.

Una parte della società continua a consumare pornografia, cercare escort, usare linee erotiche o piattaforme per adulti… ma contemporaneamente giudica chi lavora in quel settore.

Una specie di cortocircuito morale in cui il desiderio viene tollerato solo finché resta invisibile.

Questo doppio standard crea terreno fertile per la disumanizzazione. E la disumanizzazione abbassa l’empatia. Sempre.

Se una persona viene vista soltanto come “prestazione”, “fantasia”, “sfogo”, diventa più facile oltrepassare i limiti. Più facile pensare che il consenso sia negoziabile. Più facile trasformare il rifiuto in rabbia.

Il vero tema è la sicurezza

Ogni volta che accadono tragedie come questa, ci si divide subito tra abolizionismo, moralismo e slogan.

Ma intanto molte sex worker lavorano ancora senza reali tutele, senza strumenti di sicurezza condivisi, senza reti solide.

E no, non basta dire “dovevano fare attenzione”.

Perché la responsabilità della violenza resta sempre di chi la compie.

Alcuni consigli concreti per chi lavora nel sex work

Mani femminili che tengono uno smartphone durante la notte in città

Non esiste il rischio zero, ma esistono strategie che possono aumentare la sicurezza.

Mai isolarsi completamente. Avere una persona fidata che conosca appuntamenti, orari e spostamenti può fare la differenza.

Condividere blacklist e segnalazioni. Le reti tra worker spesso salvano più di quanto si racconti pubblicamente.

Diffidare da chi rifiuta verifiche minime. Chi pretende anonimato assoluto, cambia versione o spinge subito sui limiti economici e personali è un campanello d’allarme.

Stabilire confini chiari prima dell’incontro. Il consenso non è un buffet all you can eat. I limiti vanno dichiarati e rispettati.

Ascoltare l’istinto. Sembra banale, ma molte donne raccontano di aver percepito disagio prima di situazioni pericolose. Quel fastidio nello stomaco spesso è un sistema d’allarme biologico travestito da intuizione.

Parlarne davvero, senza voyeurismo

C’è anche un altro rischio: trasformare queste tragedie in contenuto da scroll compulsivo.

Titoli shock. Commenti morbosi. Meme. Ironia.

Nel frattempo due donne non ci sono più.

Forse il punto da cui partire è semplice: smettere di chiedersi quanto “fossero rispettabili” le vittime e iniziare a chiederci perché ancora oggi alcune persone pensano di poter comprare tutto. Anche il diritto di superare un no.

E quel confine riguarda tutti. Non solo il sex work.

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