Caso studio di sex coaching – Storia vera, nomi e dettagli modificati per tutelare la privacy
A. ha poco più di quarant’anni, è una donna eterosessuale, vive da tempo le relazioni in modo aperto e consapevole. Ha letto, si è informata, non è facilmente impressionabile.
Quando entra nel mio studio, però, la prima cosa che mi dice è:
«Io lo amo. E lo desidero. Ma quando arriviamo al sesso… è come se qualcosa dentro di me tirasse il freno a mano».
M. è il suo compagno. Maschio biologico, bisessuale, una storia alle spalle fatta di casa famiglia, droghe, cadute e risalite. Anni fa ha contratto l’HIV. Oggi è in terapia, segue con costanza la cura, la viremia è non rilevabile.
A. non si è mai accontentata di un «fidati»: ha incontrato la virologa di M., ha fatto domande, si è fatta spiegare. Ha ricevuto rassicurazioni chiare: con carica virale a zero, il rischio di trasmissione è assente. Razionalmente, lo sa.
Eppure il suo corpo, a letto, dice altro.
La richiesta: «Non voglio lasciarlo. Voglio lasciarmi andare».
La sua domanda, fin da subito, non è:
«Devo restare con lui o no?»
Questa parte è chiara: lei vuole rimanere.
La domanda vera è un’altra:
«Come faccio a smettere di avere paura, quando lo sfioro e sento tutta la sua storia addosso?»
A. non si sente omofoba, non ha problemi con la bisessualità di M. Non lo giudica per il passato di dipendenze, anzi, è colpita dalla sua capacità di esserne uscito. Ammira la disciplina con cui prende i farmaci, la lucidità con cui parla della malattia.
La sua difficoltà è più sottile: tra le lenzuola, tutta questa complessità le si rovescia addosso in un colpo solo.
Il suo cervello ripete: «Sto bene, è al sicuro».
Il corpo, invece, va in allarme: tensione, respiro corto, secchezza, blocco.
È per questo che viene da me: non per farsi convincere che «va tutto bene», ma per capire perché, pur sapendolo, il suo corpo non riesce a seguirla.
Primo passo: dare un posto alla paura
Nei primi incontri non parliamo di “tecniche” sessuali, ma di immagini.
Chiedo ad A.:
«Se ti dico HIV, quali parole ti vengono in mente nell’immediato?»
Scriviamo insieme su un foglio. Escono fuori termini come:
«Morte», «contagio», «sporco», «malattia grave», «anni ’90», «ospedale», «colpa».
Non sono concetti “suoi”, sono pezzi di immaginario collettivo: ciò che ha respirato per anni tra media, campagne terrorizzanti, film, racconti.
Lavoriamo proprio su questo: spostare il problema da
«io sono sbagliata perché ho paura»
a
«il mio corpo è stato educato per anni a vedere l’HIV come una minaccia assoluta».
Non si tratta di negare la realtà, tantomeno la serietà di una diagnosi, ma di aggiornare l’immaginario alle conoscenze scientifiche di oggi. E soprattutto, di fare spazio a una paura che non è “stupida”: è solo rimasta indietro.
Secondo passo: la storia di M. oltre il virus
Piano piano, emerge un altro strato.
Quando A. parla di M., la sua voce si fa tenerissima.
Lo descrive come un uomo sensibile, profondo, a tratti ancora fragile. Ha conosciuto la violenza, l’abbandono, la dipendenza. Ora è in piedi, ma le cicatrici si sentono.
Le chiedo:
«Che ruolo senti di avere nella sua vita?»
Ci pensa. Poi dice:
«A volte più la sua ancora, che la sua compagna.»
In quel momento si apre un quadro diverso:
A. non è solo la donna che ha paura del virus. È anche la donna che sente di dover “reggere” tutto: la storia di lui, le sue cadute passate, il suo equilibrio presente.
E allora il sesso diventa, inconsciamente, un punto di non ritorno:
«Se mi lascio andare del tutto, chi tiene il controllo? Se mi fondo con lui, cosa succede se qualcosa va storto?»
Il blocco sessuale, improvvisamente, smette di essere il “problema”. Diventa un segnale: un meccanismo con cui il suo sistema prova a proteggerla da un overload emotivo.
Terzo passo: ri-educare il corpo alla sicurezza
Una volta riconosciuto questo, il lavoro si sposta sul corpo.
Non basta ripetere «non c’è rischio». Serve costruire nuove esperienze fisiche di sicurezza.
Concordiamo alcuni esercizi graduali, da fare solo se si sente realmente pronta. Il patto è chiaro: nessuna forzatura, nessun traguardo da raggiungere in fretta.
1. Contatto non genitale “a scalini”
A. e M. si ritagliano momenti di intimità che non hanno come obiettivo “fare sesso”, ma solo stare vicini: abbracci, carezze, contatto pelle a pelle.
Lei ha il permesso pieno di dire «stop» in qualunque momento, senza spiegazioni.
In sessione, lavoriamo sul suo diritto a fermarsi senza sentirsi “ingrata” o “sbagliata”.
2. Dare voce al corpo mentre si muove
Le propongo di introdurre, nel loro contatto, brevi pause in cui lei possa dire ad alta voce cosa sente:
«Adesso sento che mi rilasso…»
«Adesso la gola si stringe un po’…»
«Qui ho bisogno di rallentare».
Non è un monologo ansioso, ma un modo per ri-allenare il corpo a essere ascoltato, non zittito.
3. Ridefinire il concetto di rischio
In un incontro, lavoriamo sulle “fantasie catastrofiche”: cosa teme davvero che possa accadere?
A volte non è tanto la malattia in sé a spaventare, quanto l’idea di:
«Se capitasse qualcosa, non me lo perdonerei mai.»
Lì si apre il tema del controllo e del senso di colpa: imparare a distinguere responsabilità reale da responsabilità impossibile, che nessun essere umano può reggere da solo.
Quarto passo: parlare senza ferire
Una paura grande di A. è quella di ferire M.
Non vuole che lui si senta rifiutato, “pericoloso” o stigmatizzato. Per questo, spesso, ha evitato di parlare dei suoi blocchi, limitandosi a sottrarsi fisicamente o “sopportare” fino a star male.
In sessione costruiamo insieme alcune frasi-ponte, da usare nei momenti difficili. Per esempio:
«Quando mi blocco non è perché non ti desidero, è perché il mio corpo entra in allarme. Sto imparando ad ascoltarlo, ma non voglio che tu lo viva come un giudizio su di te».
Oppure:
«Se chiedo di rallentare, non è un no alla nostra intimità. È un sì ai miei tempi, così posso esserci davvero».
Sono frasi semplici, ma cambiano il clima.
L’obiettivo non è che M. diventi il suo terapeuta, ma che la coppia impari a non rifugiarsi nel silenzio quando la paura entra in camera da letto.
Dove siamo arrivati (per ora)

Dopo qualche mese di lavoro, A. racconta che è cambiata una cosa essenziale:
prima viveva il blocco come una sentenza, adesso lo vede come un segnale.
La loro sessualità non è “perfetta” né da film. Ci sono ancora momenti in cui il corpo si irrigidisce, altri in cui lei sente di retrocedere di uno step. Ma nel mezzo c’è stata più tenerezza, più gioco, più spazio per sperimentare senza la sensazione di dover “dimostrare” qualcosa.
Il rapporto di coppia, paradossalmente, si è rafforzato non perché hanno tolto la paura di scena, ma perché l’hanno nominata e attraversata insieme.
A., a un certo punto, mi dice una frase che per me è il cuore di questo caso:
«Per anni ho pensato che dovevo vincere la paura per amarlo davvero.
Ora sto capendo che posso amarlo anche mentre ho paura. E che il mio corpo, piano piano, può imparare a fidarsi di nuovo».
Cosa mi porto a casa, come sex coach
Da questo percorso porto via tre cose importanti:
— Il corpo non è stupido: anche quando si oppone a qualcosa che, razionalmente, sappiamo essere “sicuro”, sta tentando di proteggerci da qualcosa – reale o simbolico.
— Le diagnosi, le storie difficili, le identità non convenzionali non “rovinano” la sessualità di per sé: è il modo in cui siamo stati educati a pensarle che può bloccarci.
— Nel lavoro di sex coaching, non si tratta mai solo di “risolvere un problema di letto”, ma di restituire alla persona il diritto di sentire, di rallentare e di costruire una nuova fiducia – in sé, nel proprio corpo e nella relazione.
Questa è la storia di A. e M., ma potrebbe essere la storia di chiunque si trovi a fare i conti con un amore che arriva insieme a un grande spavento.
Il mio ruolo, lì in mezzo, è tenere il filo: tra informazioni corrette, emozioni ingombranti e un corpo che, poco alla volta, può tornare ad abitare il piacere.
Ti ritrovi in questa storia?
Se senti che paura, blocchi o vecchi copioni ti impediscono di vivere il piacere come vorresti, possiamo lavorarci insieme.
Scrivimi per una sessione conoscitiva in cui capire cosa ti serve davvero e se il mio modo di lavorare fa per te.
📧 anita.richeldi@gmail.com
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