Festa della Mamma: perché il patriarcato ci vuole sante o puttane (e mai semplicemente donne)

Ogni anno, quando arriva la Festa della Mamma, veniamo sommerse da cuoricini rosa, slogan dolci e pubblicità zuccherose che celebrano la madre come essere sacro, paziente, devoto.

Ma dietro a questa narrazione apparentemente innocua si nasconde qualcosa di più profondo e tossico: una visione patriarcale della donna che continua a dividerci in due categorie nette e opposte. La madre buona, accudente, silenziosa. E poi l’altra, la sessuale, libera, pericolosa: la puttana.

Questa dicotomia non è nuova. È un archetipo antico, radicato nella cultura occidentale, che ci costringe ancora oggi a scegliere un ruolo, a sentirci inadeguate se non lo interpretiamo bene, a vergognarci se desideriamo essere entrambe le cose – o nessuna.

La madre: santa, sì. Ma solo se rinuncia a se stessa

Nella narrazione dominante, la madre ideale è quella che si sacrifica. Che mette da parte il proprio corpo, i propri desideri, la propria identità. Una donna che esiste solo attraverso i figli, che non ha tempo né spazio per il piacere, la sensualità, la rabbia o l’ambizione. Una madre che “fa tutto per amore”, che non chiede mai nulla per sé.

Il problema? È un mito che ci fa sentire sbagliate appena proviamo a essere noi stesse.

Non lascia spazio alla fatica, né alla complessità. Non accetta che una madre possa essere anche fragile, arrabbiata, sensuale, stanca o semplicemente umana.
E così cancella tutto il resto, riducendoci a un ruolo da interpretare alla perfezione.

E le donne che non sono madri? In questa narrazione, vengono rese invisibili. Come se non avessero nulla da celebrare, nulla da dire, nulla da valere.

La puttana: quella che rivendica il piacere senza sensi di colpa

All’altro estremo c’è la figura della “donna sessuale”, quella che si concede piacere, che ha un corpo visibile, che non si vergogna del proprio desiderio.

Nel patriarcato, questa donna spaventa, perché non è addomesticabile. È “l’altra”, quella da tenere a distanza, da consumare senza mai legittimare.

Una donna che gode senza chiedere il permesso è ancora oggi definita con termini che puzzano di secoli bui: facile, leggera, provocante, poco seria.

E se una madre osa vivere la propria sessualità? Peggio che mai. Il cortocircuito esplode: come può una donna essere madre e amante? Chi le dà il diritto di tenere vivo il desiderio, se ha già “portato a termine la sua missione”?

È ora di rompere lo schema (vedere finalmente le donne per ciò che sono, non per ciò che devono essere)

Silhouette di madre e figlia sulla spiaggia al tramonto, simbolo di amore, libertà e connessione profonda.

Questo 12 maggio non celebriamo solo le mamme. Celebriamo tutte le donne che faticano ogni giorno contro uno sguardo che le vuole sempre o troppo o troppo poco.

Rivendichiamo il diritto di essere madri, figlie, amanti, libere, sensuali, arrabbiate, vulnerabili, imperfette. Tutto insieme, senza doverci più spezzare in due per essere accettate.

E se c’è un regalo che possiamo farci per la Festa della Mamma, è proprio questo: smettere di credere che dobbiamo scegliere un ruolo per valere.

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