Se stai attraversando una rottura, è possibile che ti sia venuta una voglia precisa: ripulire i social. Togliere le foto, rimuovere i tag, archiviare le storie, smettere di seguire, silenziare, cambiare la bio, cancellare commenti.
A volte succede anche l’opposto: sparire del tutto, non rispondere, non farsi vedere. E in mezzo a questi gesti c’è una domanda che pesa più di quanto sembra: sto proteggendo me o sto cancellando l’altra persona?
Io non demonizzo né idealizzo. Nelle mie sessioni, vedo spesso che i cosiddetti social media scrubs (la “pulizia” della presenza online dopo una relazione) possono essere un atto di cura oppure un gesto impulsivo che lascia strascichi. Dipende da cosa ti muove: bisogno di confini, paura, rabbia, vergogna, desiderio di controllo, o semplicemente il tentativo di tornare a respirare senza trigger continui.
Oggi una rottura non riguarda solo due persone: riguarda anche l’identità digitale di entrambi. E quell’identità non è un dettaglio. È memoria, appartenenza, immagine pubblica, “chi sono io adesso”. Per questo, decidere cosa lasciare e cosa togliere può diventare un passaggio di elaborazione, non solo un’operazione tecnica.
In questo articolo ti accompagno a capire che cosa sono social media scrubs e ghosting online, perché li facciamo e soprattutto quando possono aiutarti davvero a stare meglio. Ti porto anche esempi e casi studio (con nomi cambiati), perché spesso è lì che ti riconosci e smetti di sentirti “stranə”.
Social media scrubs: significato e perché se ne parla così tanto dopo una rottura

Quando parlo di social media scrubs intendo una cosa molto concreta: la scelta (più o meno intenzionale) di ripulire la tua presenza online dopo una rottura. Non implica unicamente “cancellare le foto”, ma anche decidere cosa resta visibile di quella storia, cosa sparisce, cosa viene archiviato e cosa cambia nel modo in cui ti presenti.
E capisco perché se ne parla così tanto: perché oggi la relazione lascia tracce ovunque. Non solo nei ricordi, ma anche nei feed, nei tag, nei commenti, nelle stories salvate, nei “ricordi” che riemergono quando meno te l’aspetti.
Nelle mie sessioni, quando una persona mi dice “Ho cancellato tutto”, io non lo leggo subito come immaturità o vendetta, bensì come un tentativo (a volte confuso, a volte lucidissimo) di riprendere spazio mentale.
La tua mente, dopo una rottura, è già piena: se ogni scroll ti rimette davanti una foto, una vacanza, un inside joke sotto un post, è normale che il corpo reagisca. E lì scatta la domanda: “Mi tengo questa esposizione continua o scelgo un confine?”.
I social media scrubs, nel migliore dei casi, sono proprio questo: confini digitali che proteggono l’elaborazione.
Quello che ti invito a notare è che “ripulire” non è sempre sinonimo di “cancellare”. A volte è un gesto temporaneo, un modo per non farti travolgere. Altre volte è una decisione identitaria: “Quella versione di me non mi rappresenta più”. Entrambe le letture possono essere valide. Il punto è farlo con consapevolezza, così non diventa un gesto impulsivo che poi ti lascia vuotə o in colpa.
Che cosa include davvero: foto, tag, commenti, follower, “ricordi” e chat
I social media scrubs possono includere molte più cose di quelle che pensi. Ci sono le foto di coppia, certo, ma ci sono anche i tag che ti riportano dentro contesti che non vuoi più spiegare. Ci sono i commenti lasciati dall’ex o dagli amici in comune, che rendono pubblica una storia che tu magari stai cercando di elaborare in privato.
Ci sono le storie in evidenza, le playlist condivise, le reazioni, le chat, i messaggi vocali salvati. E poi ci sono i “ricordi” automatici: notifiche che ti riportano indietro senza chiederti permesso.
Per questo io preferisco che tu veda i social non come un album neutro, ma come un ambiente emotivo. Ogni elemento può diventare un trigger (un innesco), anche quando l’immagine in sé non è “triste”. A volte basta un dettaglio: un luogo, una canzone, un giorno dell’anno. Quando ripulisci, quindi, non stai solo gestendo contenuti: stai gestendo stimoli. E questo cambia la prospettiva: non è superficialità, è igiene emotiva, se fatta con cura.
Un accorgimento che aiuta molto è distinguere tra ciò che vuoi eliminare e ciò che vuoi solo rendere meno accessibile. Cancellare è irreversibile. Archiviare, silenziare, nascondere sono gesti reversibili. La reversibilità, in un momento emotivamente instabile, spesso è la cosa più gentile che puoi concederti.
Identità digitale: quando cancellare non è (solo) cancellare una persona
Oggi una rottura non riguarda solo due persone: riguarda anche la vostra identità digitale. Cioè: come ti vedono gli altri, come ti racconti, quali prove di appartenenza restano online, quale immagine di te continua a circolare. Per alcune persone, questo tema pesa tantissimo. Non perché siano “superficiali”, ma perché i social sono anche un luogo di riconoscimento: ti fanno sentire parte di qualcosa, o ti fanno sentire espostə.
In sessione mi capita di lavorare con persone che non vogliono cancellare perché sentono che sarebbe negare un pezzo di vita, e con persone che vogliono cancellare perché vedono quelle tracce come una ferita aperta. Nessuna delle due posizioni è sbagliata.
Quello che fa la differenza è la motivazione: se cancelli per respirare, stai creando un confine. Se cancelli per non sentire nulla, rischi di mettere in pausa anche le tue emozioni. E se cancelli per “mandare un messaggio”, rischi di restare legatə a quella relazione più di quanto vuoi.
Ti faccio una domanda che utilizzo spesso in sessione: questo gesto mi aiuta a prendermi cura di me o mi tiene agganciatə all’altra persona?
Non c’è una risposta giusta a priori, ma c’è un corpo che lo sa. Se dopo la scelta ti senti più stabile, con più calma e più presentə, di solito sei sulla strada della cura. Se invece ti senti agitatə, controlli mille volte se l’altra persona ha visto, o ti viene voglia di fare e disfare, allora forse stai cercando regolazione emotiva nei social.
Ghosting online e “sparire”: differenza tra proteggerti e punire l’altra persona
Quando una relazione finisce, i social diventano un terreno delicato: non solo perché mostrano tracce del passato, ma perché trasformano ogni gesto in un messaggio. Visualizzare e non rispondere, smettere di mettere like, togliere il follow, bloccare, sparire dalle stories: tutto può essere letto come rifiuto, freddezza o provocazione. Eppure, spesso, la verità è più semplice: stai cercando di ritrovare equilibrio.
Qui ti propongo una distinzione che aiuta tante persone: “sparire” online può essere un modo per proteggerti oppure un modo per colpire. A volte è entrambe le cose, in momenti diversi.
Il punto non è giudicarti, ma capire che cosa ti muove, perché è quello che determina anche l’effetto che avrai su di te. Se sparisci per creare un confine che ti fa respirare, stai facendo cura. Se sparisci per far scattare una reazione nell’altra persona, rischi di restare legatə a quella relazione più di quanto vuoi ammettere.
Nelle mie sessioni, mi capita di sentire frasi come: “Se rispondo, mi destabilizzo” oppure “Se non rispondo, mi sento cattivə”. Dentro queste frasi c’è la difficoltà più comune: confondere confine e punizione. Un confine serve a proteggere la tua energia e la tua stabilità. Una punizione serve a generare colpa, ansia o rincorsa nell’altra persona. E siccome una rottura è una ferita, è facile oscillare: un giorno ti senti lucidə e gentile, il giorno dopo ti senti attaccatə e reattivə.
La domanda guida che ti lascio è questa: questo gesto mi aiuta a chiudere un capitolo o mi aiuta a tenere aperta la porta? Perché il ghosting online, nella sua forma più dolorosa, spesso non è solo “silenzio”: è silenzio usato come potere. Nel prossimo pezzo ti accompagno a riconoscere la differenza, senza moralismi e senza farti sentire sbagliatə.
Quando il silenzio è un confine e quando diventa evitamento
Il silenzio può essere un confine sano quando nasce da un bisogno chiaro: ridurre i trigger, interrompere il ping-pong emotivo, smettere di negoziare all’infinito una decisione che è già stata presa.
Se ogni messaggio ti destabilizza, il “non rispondere” può essere una forma di protezione temporanea. Vale soprattutto quando l’altra persona continua a cercarti senza rispettare i tuoi limiti, o quando la comunicazione è diventata tossica, confusa, a tratti aggressiva. In questi casi, scegliere una distanza digitale è un atto di cura e anche di sicurezza.
Diventa più complicato quando il silenzio non è un confine, ma un modo per cercare sollievo immediato, senza metabolizzare davvero. Non parlo di “colpa”: parlo di un meccanismo umano. Se la tua strategia è cancellare, bloccare, sparire per non sentire dolore, rabbia o tristezza, allora il rischio è rimandare l’elaborazione.
L’evitamento, infatti, a volte dà un sollievo immediato ma non costruisce stabilità. Ti lascia con una tensione sotto pelle che poi riemerge altrove: nei sogni, nei controlli compulsivi, nelle nuove frequentazioni vissute come anestesia.
Un segnale utile per orientarti è il dopo. Dopo il silenzio ti senti più centrətə, con più calma e più presenza? Oppure ti senti agitə, controlli continuamente se l’altra persona ha fatto qualcosa, e la tua testa resta lì? Nel primo caso, probabilmente stai usando il silenzio come confine. Nel secondo, forse il silenzio sta diventando un modo per regolare le emozioni attraverso i social, e questo ti tiene incastratə.
Se vuoi restare in un confine sano, io suggerisco sempre un passaggio semplice: quando possibile, dai una cornice. Anche una sola frase può cambiare tutto. Tipo: “Ho bisogno di un periodo senza contatti per stare meglio” oppure “Per un po’ non risponderò: non è una punizione, è un confine”. Non sempre è fattibile o sicuro, lo so. Però quando lo è, quella cornice riduce ambiguità e ti evita di sentirti “cattivə”.
Caso studio: “Ho tolto tutto per respirare” vs “Ho tolto tutto per farlə soffrire”
Ti porto un caso studio (nomi cambiati) perché qui la differenza si vede benissimo.
Lara mi racconta: “Ho tolto il follow, archiviato le foto e silenziato tutto. Ogni storia mi faceva male, mi veniva nausea”. Nel suo caso, la scelta ha avuto un effetto chiaro: sonno migliore, meno ruminazione, meno bisogno di controllare.
Lara non stava “cancellando” l’altra persona per rabbia, stava abbassando gli stimoli per poter elaborare. Abbiamo lavorato su un criterio: reversibilità prima (silenziare/archiviare), decisioni definitive poi (cancellare) quando si sente più stabile. Risultato: più calma e più continuità, senza picchi.
Scenario diverso: Gio mi dice: “Ho tolto tutto in una notte e poi ho controllato cento volte se lə miə ex se n’era accortə. Speravo mi scrivesse”. Qui il gesto era carico di messaggio: “Guardami, reagisci, dimmi che ti importa”. Non c’è nulla di “ridicolo” in questo bisogno: è dolore. Il punto è che, in quel caso, il social media scrub non stava aiutando a chiudere. Stava diventando un modo di restare agganciatə. Abbiamo fatto un lavoro gentile ma netto: separare il bisogno di rassicurazione dal canale che lo alimenta. Gio ha scelto di silenziare e smettere di controllare, e ha portato quel bisogno in uno spazio più utile: parlare con amicə affidabili, scrivere una lettera non inviata, lavorare su un “perché” reale della rottura.
Quello che voglio che tu colga è questo: lo stesso gesto, online, può avere due intenzioni opposte. Se l’intenzione è “mi proteggo”, di solito dopo respiri meglio. Se l’intenzione è “fammi sentire che conto ancora”, spesso dopo ti senti peggio.
Perché cancelliamo: le motivazioni psicologiche più comuni

Se ti stai chiedendo “Perché mi viene questa urgenza di ripulire tutto?”, ti rispondo così: perché una rottura non rompe solo un legame, rompe anche un senso di continuità. E i social, che funzionano come una vetrina quotidiana, rendono quella frattura più visibile, più ripetuta, più difficile da ignorare.
Ogni volta che apri un’app, il tuo cervello può cercare prove: “È finita davvero?”, “Mi pensa?”, “Sta meglio di me?”, “Io come appaio adesso?”. Non è superficialità. È il modo in cui la mente prova a riorganizzarsi quando perde un riferimento.
I social media scrubs diventano allora un gesto che può avere mille significati. Per qualcuno è protezione, per qualcuno è controllo, per qualcuno è rabbia, per qualcuno è paura di essere giudicatə. A volte è anche un tentativo onesto di dire: “Mi serve un confine”. Quello che mi interessa, in questa fase, non è dirti cosa è giusto fare, ma aiutarti a riconoscere da dove nasce il gesto. Perché la stessa azione (togliere foto, bloccare, silenziare) può calmarti o può agitarti, può liberarti o può incastrarti.
In sessione lavoro spesso su una domanda semplice: che bisogno sta cercando di soddisfare questa scelta? Se la risposta è “mi serve pace”, allora il gesto va nella direzione della cura. Se la risposta è “voglio che l’altra persona capisca”, allora stai usando il digitale come linguaggio relazionale e rischi di restare in una trattativa infinita. Se la risposta è “mi vergogno”, allora probabilmente non stai ripulendo solo un feed: stai cercando di proteggere la tua immagine e la tua vulnerabilità. Qualunque sia la risposta, io non la giudico, la ascolto con te, perché lì dentro c’è la chiave per scegliere in modo più gentile.
Controllo e sollievo: ridurre trigger, ruminazione e confronto sociale
Una motivazione molto comune è il bisogno di controllo. Lo so: “controllo” suona brutto, come se fosse un difetto. In realtà spesso è un modo per creare stabilità quando dentro ti senti instabile.
Dopo una rottura, i social possono trasformarsi in una macchina di stimoli: foto vecchie che ricompaiono, amici in comune che taggano, stories che ti fanno venire voglia di controllare, messaggi a metà, segnali ambigui. Se ti esponi a questi stimoli di continuo, ti ritrovi a rimuginare e il corpo resta sotto stress. In questo contesto, ripulire diventa un modo per dire: “Basta input”. E questo, a volte, è sano.
Qui ti invito a osservare una cosa: che cosa succede nel corpo quando vedi l’altra persona online? Avverti una stretta allo stomaco? Ansia? Un picco di adrenalina? Se sì, silenziare o nascondere può essere una forma di igiene emotiva. Non perché devi cancellare l’altra persona, ma perché hai bisogno di ridurre i trigger mentre elabori.
Per rendere l’idea, ti racconto un micro caso studio (nomi cambiati).
Vale mi diceva che ogni story dellə ex le provocava un impulso immediato a controllare, confrontarsi, immaginare scenari. Abbiamo scelto una strategia graduale: prima silenziare e togliere i “ricordi”, poi archiviare le foto più attivanti, e solo dopo decidere cosa eliminare. Nel giro di due settimane, Vale ha notato meno picchi, più sonno, più concentrazione. Non era magia, bensì meno stimolo e, di riflesso, più spazio interno.
Il confronto sociale è un altro punto forte. Quando vedi l’altra persona che sembra sorridere, viaggiare, uscire, il cervello può tradurre: “Io sto peggio, quindi valgo meno”. È una distorsione comune e dolorosa. Ripulire, in questi casi, non è vendetta: è interrompere un confronto che ti fa male.
La domanda guida qui è: questa scelta mi dà sollievo stabile o mi spinge a controllare di più? Se ti dà sollievo e ti riporta a te, è un confine utile. Se invece ti porta a controllare da altri account o a fare e disfare, allora serve un passo in più: non solo cambiare il feed, ma cambiare il modo in cui ti regoli emotivamente.
Vergogna, rabbia, lutto: emozioni diverse, gesti diversi (e segnali da ascoltare)
A volte cancelli perché senti vergogna. Non vergogna “della relazione”, ma della tua esposizione: “Tutti hanno visto”, “Mi sono raccontatə troppo”, “Adessə sembrerò stupidə”. In questi casi, il social media scrub può essere un tentativo di riprendere privacy e dignità. E può essere legittimo.
Qui ti invito solo a fare attenzione a non trasformare la vergogna in auto-punizione: eliminare tutto di impulso, come se dovessi cancellare una parte di te. Se la motivazione è vergogna, spesso aiuta scegliere gesti reversibili (archiviare, limitare, nascondere) e darti tempo prima di fare scelte definitive.
Un’altra motivazione è la rabbia. La rabbia, quando è sana, ti aiuta a proteggerti: ti fa dire “basta”, ti fa mettere confini, ti fa uscire dalla passività. Il problema nasce quando la rabbia diventa comunicazione indiretta: togliere foto per far vedere che soffri, bloccare per far scattare panico, cancellare tag per “punire”.
In quel caso il gesto rischia di tenerti agganciatə. Se provi rabbia, io ti propongo una via più utile: dare alla rabbia un canale che ti faccia bene. Scrivere, parlarne con una persona amica affidabile, muovere il corpo, mettere un confine chiaro. Poi, solo dopo, decidere cosa fare online con più lucidità.
E poi c’è il lutto, che è la parte più tenera e più vera: stai perdendo una quotidianità, un futuro immaginato, un posto nel mondo. In questo caso, vedere tracce digitali può essere troppo e, di conseguenza, ripulire può essere un atto di cura: “Mi tolgo ciò che mi ferisce mentre sto imparando a stare senza”.
Un segnale che stai elaborando in modo sano è questo: le scelte online seguono il tuo benessere, non il bisogno di dimostrare. Ti senti più centrətə dopo, non più in allarme.
Quando può fare bene e quando no: come capire se ti sta aiutando a elaborare
La domanda che mi fanno più spesso è questa: “Ok Anita, ma quindi devo cancellare o no?”. A quel punto, propongo un cambio di prospettiva: questa scelta ti sta aiutando a elaborare oppure ti sta solo dando un sollievo breve che poi ti lascia peggio? Perché i social media scrubs non sono “giusti” o “sbagliati” in assoluto, sono un intervento sull’ambiente emotivo, e come ogni intervento contano timing, dose e intenzione.
In una rottura, il sistema di regolazione è più sensibile. Basta poco per farti partire con pensieri a spirale, confronti, fantasie, o quel bisogno di controllare che non ti fa dormire. In questo senso, ridurre stimoli può essere una scelta intelligente: crea silenzio, restituisce spazio, eviita di riaprire la ferita ogni volta che scorri il feed. Però c’è un punto delicato: se usi la “pulizia” come scorciatoia per non sentire, oppure come messaggio indiretto per ottenere una reazione, rischi di restare legatə alla relazione, proprio attraverso il digitale.
Quello che ti propongo è un criterio semplice: non guardare il gesto, guarda l’effetto. L’effetto non è solo emotivo, è anche corporeo e comportamentale. Ti senti più stabile? Hai meno urgenza? Torni a concentrarti? Oppure sei ancora più attivatə e inizi a fare e disfare? Se impari a leggere questi segnali, smetti di affidarti al “dovrei” e inizi a scegliere in base a ciò che ti fa davvero bene.
Indicatori “sani”: chiarezza, calma, sonno migliore, meno compulsione
Un social media scrub è spesso utile quando ti porta verso una sensazione di chiarezza. Non parlo di “felicità”, parlo di una calma più abitabile. Apri il telefono e non senti subito quella stretta. La testa non corre immediatamente a interpretare segnali. Il corpo si rilassa più facilmente. Anche il sonno, a volte, migliora perché smetti di alimentare l’attivazione serale con scroll e controlli.
Un altro indicatore importante è la riduzione della compulsione. Se silenzi o archivi e poi ti accorgi che controlli meno, che la tua giornata è più presente, che il bisogno di sapere “cosa fa l’altra persona” scende, di solito è un segnale che stai trovando un equilibrio. Spesso accade anche una cosa molto concreta: torna lo spazio per amicizia, lavoro, corpo, desideri personali. Non perché la rottura non faccia più male, ma perché il dolore non è più continuamente stimolato.
In sessione, una situazione tipica è questa (nomi cambiati): Mira decide di silenziare lə ex e archiviare le foto che ti destabilizzano, senza cancellare tutto. Nei giorni successivi non prova euforia, però nota meno picchi, meno confronto, più continuità. Questa è una traccia utile: la scelta non è stata una “scena”, è stato un confine. Quando l’effetto è questo, io tendo a dire: continua così, e rimanda le decisioni irreversibili a un momento di maggiore stabilità.
Se vuoi un criterio semplice: dopo la scelta ti senti più tranquilla e controlli meno? Se sì, è un buon segnale: stai proteggendo la tua elaborazione, non alimentando la ferita.
Campanelli d’allarme: compulsione, reset continui, bisogno di dimostrare, stalking digitale
Ci sono segnali che mi fanno alzare le antenne, non per giudizio ma per protezione. Il primo è il “reset continuo”: cancelli, poi ti penti, poi ricrei, poi ricancellі. L’oscillazione in sé è umana, però quando diventa un ciclo ti sta dicendo che non è una decisione, è una regolazione emotiva fatta tramite i social. In quel caso, il problema non è cosa lasci online. Il problema è che stai usando l’online per calmare (o provocare) un’emozione che merita uno spazio più sicuro.
Un altro campanello d’allarme è il bisogno di dimostrare. Se il gesto è guidato da “così capirà”, “così soffrirà”, “così mi cercherà”, allora la rottura resta una conversazione aperta, solo spostata su un linguaggio indiretto. Di solito qui aumenta anche il controllo: guardare chi ha visto, controllare follower, usare account secondari, chiedere aggiornamenti ad amicə. Questo è stalking digitale, anche quando è “soft”, e tende a tenerti legatə al dolore.
Il segnale più chiaro, comunque, è l’effetto sul corpo: agitazione, urgenza, irritabilità, concentrazione che crolla. Se ti riconosci, io ti propongo un passo semplice e realistico: fai una pausa dalle decisioni definitive. Scegli un gesto reversibile (silenziare, limitare, nascondere) e poi sposta l’energia su qualcosa che regola davvero: una conversazione con un’amicə affidabile, scrittura, movimento, o un lavoro guidato in coaching. I social non devono diventare lo spazio in cui alimenti la ferita.
Come fare social media scrubs con cura: una guida pratica senza farti male
Se sei arrivatə fin qui, probabilmente hai già capito che non esiste “la scelta perfetta”. Esiste una scelta che, in questo momento, ti fa stare un po’ meglio e ti aiuta a recuperare stabilità. Per questo ti propongo un approccio semplice: graduale e reversibile. Non perché devi restare indecisə, ma perché quando sei in piena elaborazione le decisioni definitive possono essere guidate dall’urgenza, e l’urgenza raramente è una buona consigliera.
Un social media scrub fatto con cura non è una scenata e non è una vendetta. È un confine digitale costruito per ridurre stimoli, proteggere la privacy e aiutarti a non restare agganciatə al dolore. Nella pratica, la differenza la fanno due cose: che cosa fai e come ti senti dopo. Quando la scelta ti lascia più tranquillə e riduce la voglia di controllare, di solito sei sulla strada giusta. Se invece aumenta l’agitazione e ti ritrovi a inseguire segnali, vale la pena rallentare e rendere il gesto più graduale.
Ti invito anche a considerare un tema che quasi nessunə nomina: la tua rottura è anche un cambiamento di immagine pubblica. Non devi dimostrare nulla, però hai il diritto di scegliere quanta storia lasciare visibile. È un atto di autodeterminazione.
In coaching io lo chiamo “riprendere la regia”: non nel senso di controllare l’altra persona, ma nel senso di tornare a scegliere cosa ti fa bene vedere e far vedere.
Passi graduali: nascondere, silenziare, archiviare, poi decidere cosa eliminare
Se vuoi un ordine che funzioni, io partirei sempre dai gesti che non sono irreversibili. Silenziare e nascondere sono spesso il primo passo: ti permettono di non vedere contenuti che ti smuovono, senza creare una rottura pubblica e senza dover decidere “per sempre”.
Poi c’è archiviare: sposta fuori dal tuo feed ciò che oggi ti fa male, ma non ti costringe a cancellare una parte della tua storia. L’archivio è un posto di transizione: “non lo guardo adesso, ma non devo per forza distruggerlo”.
Dopo questi passaggi, puoi valutare se ha senso eliminare. Qui io ti invito a fare una distinzione: eliminare per privacy è diverso da eliminare per impulso. Privacy significa: “Non voglio che questa cosa sia visibile”. Impulso significa: “Voglio che sparisca perché non reggo”. In entrambi i casi c’è dolore, certo. La differenza è che nella privacy c’è direzione, nell’impulso c’è urgenza. Se senti urgenza, torna al reversibile: ti aiuta a non pentirti dopo.
Un altro passaggio utile è gestire i “ricordi” automatici. Disattivare notifiche, eliminare highlight, mettere ordine nelle foto salvate: sono gesti piccoli ma potenti, perché riducono le riattivazioni casuali. Se posso darti una regola pratica: prima togli gli stimoli, poi decidi cosa cancellare. In questo modo, la decisione nasce dalla calma, non dal picco emotivo.
Caso studio + check-in: come gestire amicizie in comune, foto “di gruppo”, ricordi e anniversari
Questa è la parte più complessa: non esistete solo “tu” e “l’altra persona”. Esistono amicizie in comune, foto di gruppo, eventi, tag, compleanni, anniversari, ricordi di viaggi. Caso studio (nomi cambiati): Rafi e Luz si lasciano, ma condividono una compagnia stretta. Rafi vuole cancellare tutto subito; Luz vuole lasciare tutto com’è per non “fare drammi”. Entrambə stanno cercando sicurezza, solo in modi diversi.
In sessione abbiamo trovato un compromesso gentile: silenziare lə ex, archiviare le foto di coppia più visibili, e lasciare per ora le foto di gruppo, evitando però di farsi taggare in nuovi contenuti legati alla rottura. Questo ha ridotto la tensione senza creare un terremoto sociale.
Con le foto di gruppo, io suggerisco una domanda pratica: questa immagine parla di noi o parla di un momento collettivo? Se è collettiva e non ti fa male vederla, puoi lasciarla. Se ogni volta che la vedi ti si stringe lo stomaco, archiviala e datti tempo.
Sugli anniversari, ti consiglio di prepararti: il corpo ricorda. Meglio decidere in anticipo cosa fare quel giorno, anche solo “niente social per 24 ore”, piuttosto che trovarti in balia degli stimoli.
Infine, un check-in che funziona: prima di fare un gesto definitivo, fermati e chiediti perché lo sto facendo adesso? Se la risposta è “perché sto male e voglio che finisca subito”, fai un passo meno drastico.
Se la risposta è “perché voglio proteggere la mia privacy e la mia calma”, allora la scelta è più centrata. E se ti accorgi che i social ti tengono incastratə, ricordati che non sei solə: chiedere supporto è parte dell’elaborazione, non un segno di debolezza.
Ritrovarti online dopo una rottura: confini, cura e identità digitale
Arriva un momento in cui la domanda smette di essere “cancello o lascio?” e diventa “chi sono io adesso, anche online?”. Questo è il punto più maturo dell’elaborazione: non stai più reagendo all’altra persona, stai tornando a te. E quando torni a te, i social media scrubs diventano meno urgenti e più intenzionali. Non servono per dimostrare, servono per scegliere.
Se c’è un messaggio che voglio lasciarti, è questo: i confini digitali non sono distanza emotiva, sono uno strumento per darti tempo, spazio e dignità mentre attraversi una perdita. Puoi lasciare alcune tracce e toglierne altre. Puoi archiviare oggi e decidere domani. Puoi silenziare senza odiare. Puoi mettere distanza senza punire. L’obiettivo non è apparire “forte”. L’obiettivo è stare un po’ meglio, giorno dopo giorno.
Se in questo momento sei ancora in piena elaborazione, sii delicatə con te. La rottura è già abbastanza. Rendere il digitale un alleato, invece che una ferita aperta, è una forma concreta di cura.
Vuoi lavorarci insieme?
Se questa situazione ti sta pesando, non devi gestirla da solə. In uno spazio riservato e rispettoso, ti aiuto a fare chiarezza e a trovare passi concreti, senza forzature.

